Smart City, non sempre va come deve andare

L’idea di Smart City ha ormai spento la ventesima candelina eppure siamo ben lontani dal definire soddisfacente l’innovazione della maggior parte delle città. Sia chiaro, i progressi ci sono stati e di esempi positivi potremmo parlarne per giorni, ma forse sarebbe più utile analizzare quei tentativi che sono risultati essere fallimentari. Ne approfittiamo anche per cogliere al volo il tema dell’imminente TEDx di Modena, a cui parteciperemo come sponsor tecnologico, che avrà come tema proprio “failure as a learning experience”.

Sul tema Smart City, a febbraio la Commissione UE ha pubblicato un rapporto in cui analizza 300 casi di studio, selezionandone 10 negativi come monito per comprendere le radici del fallimento in questo ambito (nella poco lusinghiera selezione c’è finita anche l’Italia).

Il rapporto tenta di rispondere alla domanda: quali sono le ragioni del fallimento nelle Smart City?

Vi diamo intanto una risposta breve: quando ci si dimentica dei cittadini, la sola tecnologia non è sufficiente.

Most important factors for implementation and SCC solution sustainability

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Prima di chiarire l’affermazione vediamo concretamente qualche caso di integrazione IoT poco riuscita che ci aiuti nel definire un quadro di giudizio costruttivo.

Uno dei casi in cui la tecnologia è andata oltre i bisogni del cittadino, fino a diventare utopistica, è quello di Roma e dei bus elettrici. Entrati in circolazione nel 2010, erano 60, oggi ne è rimasto solo uno che vaga solitario per le vie della capitale. Un’occasione mancata perché il tessuto urbano e sociale non era ancora pronto alla novità: problemi di manutenzione, autonomia insufficiente e difficoltà a reperire le batterie sostitutive (veicoli fuori uso impossibili da rimpiazzare).

In Cina nel 2003, a Tianjin e nel Suzhou Industrial Park, sono state costruite due eco-città, le quali avrebbero dovuto ospitare oltre 1 milione di persone ciascuna. Ebbene, dopo 14 anni vedere una macchina passare tra le vie di queste città è molto raro.

Il report individua nel fallimento di queste due città “fantasma”, il caso esplicativo di progetti che non sono riusciti a coinvolgere adeguatamente il cittadino specialmente nel lungo periodo, concentrandosi soltanto nella fase iniziale con inaugurazioni fastose ma poca visione progettuale.

In questi 2 casi la componente tecnologica non è stata in alcun modo un problema, piuttosto la vera criticità è stata un’inclusione parziale e superficiale della dimensione culturale.

Esistono anche casi in cui la tecnologia non ha supportato adeguatamente un progetto con un buon potenziale. È il caso di “Better Place” a Copenaghen: il progetto si poneva l’obiettivo di sviluppare un nuovo modello di business nel ramo della mobilità elettrica privata, basato sull’idea di offrire un servizio per la sostituzione rapida delle batterie in modo da evitare il problema delle attese alle colonnine plug and play.

Motivo del fallimento? Mancanza di standard comuni e adattamento alle infrastrutture esistenti, cessati i finanziamenti pubblici l’interesse del cittadino è svanito totalmente.

 Alla luce di questi esempi appena accennati, perché possono fallire i progetti di Smart City? Veniamo allora alla spiegazione lunga.

Il primo motivo è l’esclusione della sfera socio-culturale dai progetti. La tecnologia non è infatti sufficiente a garantire l’efficacia di una soluzione, è necessario che questa crei un beneficio concreto ma soprattutto che sia inserita in un ecosistema pronto. Il cittadino che subisce passivamente i benefici non partecipa in quella che possiamo definire una visione smart della città.

Una città dopotutto non è altro che il riflesso dei suoi cittadini e della collettività. Industrie, istituzioni, università e organizzazioni devono costruire le condizioni per cui l’implementazione di tecnologie possa davvero integrarsi nella vita quotidiana dei cittadini.

Il report della commissione individua giustamente 4 sfere d’influenza fondamentali e ugualmente importanti per la riuscita di un progetto:

  • Dimensione tecnologica: con la globalizzazione il livello tecnologico non è un problema, quello che rimane fondamentale però è la rete di imprese a supporto di tale tecnologia
  • Dimensione politica: dove il sistema regolatore è semplice e non limitante, i progetti saranno tendenzialmente più semplici ed “esportabili” in altri ambienti.
  • Dimensione socio/culturale: il progetto deve essere accettato e supportato dalla popolazione
  • Dimensione economica: il progetto deve essere sostenibile e scalabile

L’approccio giusto per ridurre la possibilità di inciampare è quindi un approccio olistico, che coinvolga tutte queste sfere, senza escluderne nessuna.

Una volta compreso il contesto, l’UE consiglia di testare i progetti su piccoli gruppi di cittadini o stakeholder, fino ad arrivare a scalare il progetto a tutta la città. Arrivati a questo punto, il report dell’UE si sofferma sul rischio concreto di entrare in uno stato di “endless test”. Proprio a scongiurare questo pericolo ci aiuterà il TEDx Modena, i cui relatori ci parleranno dell’importanza di imparare che dal rischio di fallire e dai fallimenti nascono i migliori progetti. Se volete partecipare qui trovate tutte le informazioni, non dimenticate di passarci a trovare!

Se invece volete leggere il report della Commissione Europea lo trovate a questo link in formato PDF.